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L'obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni

(Sabina Anna Rita Galluzzo - Lessico di diritto di famiglia Edizione n. 2003.4)

La giurisprudenza ha esteso l'obbligo dei genitori di mantenere i figli ben oltre il compimento della maggiore età e fino al momento in cui essi non si siano resi economicamente autosufficienti o non abbiano, addirittura, secondo le più recenti pronunce, realizzato le loro aspirazioni. Per di più si è anche sostenuto che il mantenimento deve essere commisurato tenendo conto del tenore di vita condotto dai genitori. La giurisprudenza ha anche chiarito che il genitore convivente con il figlio economicamente dipendente resta legittimato ad ottenere "iure proprio", e non già "capite filiorum", non soltanto il rimborso di quanto da lui anticipato a titolo di contributo dovuto dall'altro genitore, ma anche a pretendere detto contributo per il mantenimento futuro dei figli stessi.

 

  • L'obbligo dei genitori di mantenere i figli

Il rapporto di filiazione sia legittimo che naturale da vita a tutta una serie di effetti tra i quali la nascita dell'obbligo dei genitori di mantenere i figli, obbligo che sussiste per il solo fatto di averli generati e prescinde da qualsivoglia domanda (Cass. 28 giugno 1994, n. 6217).

Il dovere di mantenimento gravante su madre e padre è innanzitutto sancito dall'art. 30 della Costituzione secondo cui è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare la prole.

La disposizione è poi ripresa dall'art. 147 c.c. che, nel dettare i doveri nascenti dal matrimonio, stabilisce che tra questi rientra anche il mantenimento, l'educazione e l'istruzione della prole.

Gli artt. 155 c.c. e 6 della L. 898/1970 si incaricano inoltre di ribadire che l'obbligo di mantenimento non viene meno per il fatto che tra i due genitori sia intervenuta separazione o addirittura divorzio. Secondo la giurisprudenza in particolare il divorzio (e anche la separazione) non produce alcun effetto sui rapporti giuridici intercorrenti tra i figli e i genitori: rimane infatti identico, l'obbligo di ciascuno dei genitori di contribuire, in proporzione alle sue capacità, all'assistenza, all'educazione ed al mantenimento dei figli (Cass., sez. I, 21 febbraio 1983, n. 1305; Cass., sez. I, 7 maggio 1998, n. 4616 in Giur. It. 1999, 252).

Per quanto poi riguarda la filiazione naturale gli artt. 261, 277 e 279 c.c. stabiliscono che il riconoscimento o comunque la sentenza che dichiara la filiazione comportano l'assunzione da parte del genitore di tutti i doveri e di tutti i diritti che sorgono nei confronti dei figli legittimi e quindi anche l'obbligo di mantenimento (Cass., sez. I 24 marzo 1994, n. 2907; Cass. sez I 4 maggio 2000, n. 5586) Quest'obbligo infatti, per il suo carattere essenzialmente patrimoniale, esula dallo stretto contenuto della potestà genitoriale, e, pertanto, non rileva, come, invece, avviene con riguardo a quest'ultima, a norma dell'art. 317 bis c.c., la circostanza che i genitori siano o no conviventi, incombendo detto obbligo su entrambi, in quanto nascente dal fatto stesso della procreazione (Cass, sez. I, 22 novembre 2000 n.15063).

Anche in materia di adozione l'art. 48 L. 4 maggio 1983, n. 184 stabilisce l'obbligo per l'adottante di mantenere l'adottato, istruirlo ed educarlo conformemente a quanto prescritto nell'art. 147 c.c.

Si consideri altresì che il mancato adempimento dell'obbligo di mantenimento dei figli può integrare fattispecie penali quali:

  • il delitto di cui all'art. 570 c.p., violazione degli obblighi di assistenza familiare, qualora il genitore si sottragga agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori;

  • il delitto di cui all'art. 572 c.p., maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli, in quanto il reato si consuma anche mediante omissioni e in particolare non rispettando la norma di cui all'art. 147 c.c. che impone l'obbligo di mantenere, istruire ed educare la prole (Cass. penale, sez. VI, 16 maggio 1996, n. 4904).

 

  • Il contenuto dell'obbligo

L'obbligo di mantenere educare ed istruire la prole va realizzato tenendo conto delle capacità, dell'inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli.

In particolare secondo la più recente giurisprudenza il mantenimento è costituito dai mezzi necessari alle esigenze di vita, non intendendo come tali soltanto quelle attinenti a vestiario, vitto e alloggio ma anche tutte quelle esigenze proprie della persona relative all'aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, all'assistenza morale e materiale (Cass., sez. I, 8 novembre 1997, n. 11025; Cass. 28 giugno 1994, n. 6125 in Nuova giur. civ. comm. 1995, I, 113).

A ciò si aggiunge il dovere di educazione e di istruzione che, patrimonialmente inteso, sta ad indicare il sobbarcarsi da parte dei genitori delle spese scolastiche per i figli. Infatti anche se lo Stato rende esecutivo il diritto allo studio sancito dall'art. 34 Cost. e fornisce, almeno fino a una certa classe, i libri di testo gratuiti rimangono a carico dei genitori altre spese attinenti agli obblighi scolastici e rientranti nei doveri di cui all'art. 147 c.c.

Il mantenimento infatti va considerato, ai fini di una sua quantificazione, alla luce del tenore di vita e dell'ambiente sociale in cui la famiglia vive nonché delle effettive possibilità economiche e di lavoro dei genitori. L'obbligo si commisura infatti in proporzione alle sostanze del padre e della madre e secondo le loro capacità di lavoro professionale o casalingo (art. 148 c.c.;Cass., sez. I, 9 gennaio 1976, n. 38). I genitori devono provvedere con i loro redditi e le loro sostanze, e possono anche utilizzare sia il fondo patrimoniale, che viene formato dai coniugi proprio per soddisfare i bisogni della famiglia e quindi anche il mantenimento dei figli, sia i frutti dei beni dei figli.

L'obbligo di mantenimento è pertanto più ampio di quello alimentare propriamente detto, cui madre e padre sono tenuti ai sensi dell'art. 433 c.c., e prescinde dallo stato di bisogno del figlio. Mentre il mantenimento inoltre deve consentire al figlio di godere dello stesso tenore di vita dei genitori, gli alimenti, hanno lo scopo di soddisfare le esigenze primarie della persona, ancorché in forme decorose e consone all'estrazione sociale dell'avente diritto e alle possibilità del soggetto obbligato.

Si sottolinea comunque che qualora il figlio abbia un reddito anche non sufficiente a consentirgli di vivere autonomamente deve comunque utilizzarlo per il proprio mantenimento lasciando così ai genitori solo il compito di integrare quanto manca.

 

  • I figli maggiorenni

A lungo si è discusso in merito al momento in cui cessa il diritto di assistenza materiale. L'assunto infatti secondo cui l'obbligazione trovi la sua fine con il compimento della maggiore età è divenuto oggi anacronistico.

La maggior parte delle persone che vuole o ha la possibilità di frequentare un corso di studi universitario non è in grado di provvedere da sola al proprio sostentamento anche dopo il raggiungimento della maggiore età. La carenza inoltre di offerte di lavoro nonché la sempre maggior specializzazione che viene richiesta in ogni campo porta a ritardare sempre più l'età di un'indipendenza economica. A tal proposito è oramai consolidato in giurisprudenza l'indirizzo secondo cui i genitori restano obbligati a concorrere nel mantenimento del figlio divenuto maggiorenne qualora non abbia ancora conseguito un reddito tale da renderlo economicamente autonomo (Cass. 11 dicembre 1992, n. 13126 in Dir. Fam. e pers. 1993, 497; Cass. 29 dicembre 1990, n. 12212 in Giust. Civ. 1991, I, 3033; Cass. 26 gennaio 1990, n. 475 in Giust. Civ., Mass., 1990.). Si assimila così la posizione del figlio maggiorenne, che non ha ancora raggiunto, senza sua colpa, l'autosufficienza economica, alla posizione del figlio minorenne.

Secondo la Cassazione in particolare l'obbligo dei genitori di concorrere tra loro, secondo le regole di cui all`art. 148 c.c., al mantenimento dei figli non cessa automaticamente con il raggiungimento, da parte di questi, della maggiore età`, ma persiste finche` il figlio stesso non abbia raggiunto l`indipendenza economica (o sia stato avviato ad attività` lavorativa con concreta prospettiva di indipendenza economica), ovvero finche` non sia provato che, posto nelle concrete condizioni per poter addivenire all'autosufficienza economica, egli non ne abbia, poi, tratto profitto per sua colpa (Cass., sez. I 7 maggio 1998, n. 4616, cit.).

Come accennato inoltre l'obbligo di mantenimento ricomprende l'educazione e l'istruzione. Non è pertanto possibile prevedere in astratto un termine finale, in quanto il raggiungimento dell'indipendenza economica varia caso per caso e non può semplicemente essere presunto al raggiungimento di una determinata età (Cass. 13 ottobre 1982, n. 5271, in Mass. 1982 ; Cass. 3 luglio 1991, n. 7295; Cass. 11 dicembre 1992, n. 13126 cit.).

Il figlio ha infatti il diritto di essere posto in condizioni di terminare il ciclo di studi e di acquistare una propria professionalità nel campo lavorativo prescelto. Di conseguenza è stato ritenuto che il proseguimento degli studi superiori imposto o anche soltanto consentito dal genitore, attribuisce il diritto al figlio, che abbia raggiunto la maggiore età, di chiedere ed ottenere i mezzi per completare i corsi iniziati ed a tale onere il genitore può sottrarsi soltanto se dimostra una colpevole trascuratezza del figlio negli studi ( Pret. Foligno 30 marzo 1989, in Arch. Civ., 1989, 870; nello stesso senso Trib Messina, 9 settembre 1984; Trib. Genova 13 marzo 1981 in Giur. Merito 1982, I, 308).

Pertanto si sottolinea come il diritto al mantenimento prescinda dall'esercizio della potestà genitoriale (Cass. 5 dicembre 1996, n. 10849 in Foro it. 1997, I, 3337; Cass. 8 settembre 1998, 8868, in Giur. It. 1999, 916). Mentre infatti la potestà genitoriale finisce al raggiungimento della maggiore età dei figli, l'obbligo di mantenimento non ha un termine finale fissato per legge, e pertanto la sua sussistenza resta affidata al buon senso dei genitori o alla discrezionalità del giudice nel caso in cui vi sia una separazione o un divorzio. Così mentre i genitori rimangono obbligati a provvedere ai bisogni del figlio, non possono più dopo la maggiore età intervenire sulle sue scelte.

La ratio di ciò viene ravvisata dalla giurisprudenza nelle più recenti e accreditate correnti di pensiero sulle tematiche sociali in riferimento ai rapporti di famiglia che rafforzano il profilo della responsabilizzazione dei soggetti coinvolti in ordine alle conseguenze tutte, a breve e lungo termine, morali anzi tutto ma anche economiche, della procreazione, fenomeno, questo, del quale si tende a sollecitare, evidenziandone la sempre più avvertita esigenza, in relazione ai mutamenti intervenuti nella società odierna ed a quelli prevedibili nel suo anche immediato futuro, una forte presa di coscienza della necessità di farne un atto assolutamente volontario e consapevole. ( C. App. Roma 29 maggio 1995, in Diritto di famiglia 1996, 105).

 

  • La cessazione dell'obbligo

Il fatto che l'obbligo dei genitori di concorrere tra loro al mantenimento dei figli non cessi automaticamente con il raggiungimento della maggiore età non significa che sussista dove il mancato inserimento nel mondo del lavoro sia causato da negligenza o comunque dipenda da fatto imputabile al figlio (Cass. 16 febbraio 2001, n. 2289, in Famiglia e diritto, 2001, 275). Quando infatti la situazione dipenda da una colpa del figlio che non si è messo in condizione di procurarsi un reddito, o comunque abbia raggiunto un'età tale da far presumere la sua capacità di provvedere a sé stesso il genitore può ritenersi liberato dall'obbligo di mantenimento (Cass. 8 settembre 1998, n. 8868 cit.). Allo stesso modo l'obbligo viene meno quando il figlio versi in colpa per non essersi messo in condizione di conseguire un titolo di studio o di procurarsi un reddito mediante l'esercizio di un'idonea attività lavorativa o per avere detta attività ingiustamente rifiutato (Cass. 27 febbraio 1990, n. 1506 in Giur it. Mass. 1990, 206; Cass. 11 dicembre 1992, n. 13126, cit.; Cass. 23 gennaio 1996, n. 496, in Giust. Civ. 1996, I, 954).

Il diritto al mantenimento così viene meno qualora l'ex minore sia stato posto nelle concrete condizioni per poter essere economicamente autosufficiente senza trarne utilmente profitto per sua colpa o per sua scelta (Cass. 11 marzo 1998, n. 2670; Cass. sez I, 18 febbraio 1999, n. 1353 in Famiglia e diritto 1999, 455; Cass. 3 dicembre 1996, n. 10780 in Famiglia e diritto, 1997, 247;Cass. 20 settembre 1996, n. 8383; Cass. 2 settembre 1996, n. 7990 in Famiglia e diritto,1996, 522; Cass. 4 marzo 1998, n. 2392 in Famiglia e diritto 1998, 389).

In particolare l'obbligo perdura, immutato, finché il genitore interessato alla declaratoria della cessazione dell'obbligo stesso non dia la prova che il figlio ha raggiunto uno status di autosufficienza economica, che viene considerato dalla giurisprudenza consistente nella percezione di un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato ( non rilevando all'uopo il tenore di vita finora da lui condotto). Il genitore deve infatti assicurare al figlio un'istruzione e una formazione professionale rapportate alle capacità del figlio oltreché alle condizioni economiche e sociali dei genitori. (Nella specie, è stata esclusa la persistenza dell'obbligo di mantenimento di un figlio trentacinquenne - e convivente con la madre - a carico del padre separato per essere il figlio stesso ben lontano dal conseguimento della laurea in medicina nonostante risultasse iscritto presso tale facoltà da quindici anni, e senza che il suo comportamento potesse in qualche modo derivare o risentire della presenza paterna, essendo trascorso un periodo pressoché equivalente a quello necessario per l'utile completamento dell'intero corso di studi da quando il padre aveva cessato di convivere con moglie e figli) (Cass., sez. I, 30 agosto 1999, n. 9109 in Famiglia e diritto, 1999, 576).

Si ritiene anche che l'obbligo di prestare assistenza materiale cessi quando il figlio, pur non economicamente indipendente contragga matrimonio. In questo caso infatti prevarrà l'obbligo di assistenza materiale a carico dell'altro coniuge. L'obbligo infatti viene meno quando i figli siano inseriti in altri nuclei familiari o comunitari, interrompendo in tal modo il legame e la dipendenza materiale e morale con la famiglia d'origine (C. App. Roma 29 maggio 1995, cit.; Cass. 28 giugno 1988, 4373, in Mass. 1988).

L'obbligo di mantenimento inoltre non viene meno in caso di irregolare condotta morale tenuta dal figlio, non costituendo la stessa causa sufficiente a far estinguere il diritto (Pret. Foligno 22 giugno 1973).

La Cassazione ha inoltre precisato che il diritto di percepire gli assegni di mantenimento riconosciuti, in sede di separazione, da sentenze passate in giudicato o, da verbali di separazione consensuale omologata può essere modificato, ovvero estinguersi del tutto, solo attraverso la procedura prevista dall'art. 710 c.p.c (oltre che per accordo tra le parti), con la conseguenza che la raggiunta maggiore età del figlio (minore all'epoca della separazione) e la raggiunta autosufficienza economica del medesimo non sono, di per sè, condizioni sufficienti a legittimare, ipso facto, la mancata corresponsione dell'assegno. (Cass., sez. I, 16 giugno 2000 n.8235 in Famiglia e diritto, 2000, 513). E' necessaria infatti una domanda giudiziale del coniuge onerato dell'assegno nonché l'accertamento - riservato al prudente apprezzamento del giudice, sorretto da opportuna istruttoria dell'acquisizione di un'adeguata autosufficienza economica da parte del figlio stesso (Cass. sez. I., 29 dicembre 1990, n. 12212 cit.).

Peraltro incombe sul genitore, che chiede l'interruzione dell'obbligo di mantenimento, l'onere di provare la sussistenza di una delle condizioni giustificative. (Cass. 22 gennaio 1998, n. 565 in Giur. It. 1999, 34; Cass. 29 dicembre 1990, n. 12212, cit.; Cass. 17 settembre 1993, n. 9578, in Giust. Civ. 1994, I, 79; Cass. 21 dicembre 1995, n. 13039, in Giust. Civ. 1996, I, 1691; Cass. 2 settembre 1996, n. 7990, cit.). E' lui infatti che deve dimostrare che il figlio persiste in un atteggiamento di inerzia nella ricerca di un lavoro compatibile con le sue attitudine e la sua professionalità o che ha rifiutato corrispondenti occasioni di lavoro (Cass. 11 marzo 1998, n. 2670). Non spetta dunque al genitore ancora convivente l'onere di provare che il figlio non ha ancora raggiunto l'indipendenza economica (Cass. 16 febbraio 2001, n. 2289, cit.).

 

  • L'orientamento più recente

Di recente un'ulteriore sentenza della Cassazione è andata addirittura oltre i principi esposti, sostenendo che il figlio ha diritto ad essere mantenuto dai genitori allo stesso loro tenore di vita anche se ha rifiutato una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione le sue attitudini e i suoi effettivi interessi sono rivolti (Cass. 3 aprile 2002, n. 4765, in Guida al diritto 2002/17/34 e in Famiglia e diritto, 2002, 351: nella specie la Suprema Corte ha confermato la pronuncia dei giudici del merito che nel 1999 avevano riconosciuto alla madre separata con cui uno dei figli, allora ventinovenne, laureato in giurisprudenza, conviveva il diritto a percepire un assegno di un milione e mezzo a carico del padre, non avendo ancora l'ex minore trovato un'attività lavorativa adeguata alle sue aspirazioni, il mantenimento veniva così configurato in 3.000.000 diviso tra i due genitori).

La sentenza, criticata dalla dottrina, ha introdotto ben due aspetti nuovi. Innanzitutto si sostiene che non è sufficiente che il figlio venga posto nelle condizioni di rendersi economicamente autosufficiente, ma è invece necessario che realizzi concretamente le proprie aspirazioni. In particolare si legge nella motivazione della sentenza che in merito all'accertamento del comportamento colposo ed inerte del figlio il giudice non può che ispirarsi a criteri di relatività, in quanto necessariamente ancorato alle aspirazioni, alle capacità, al percorso scolastico, universitario e post universitario del soggetto e alla situazione attuale del mercato del lavoro, con specifico riguardo al settore nel quale egli abbia indirizzato la propria formazione e la propria specializzazione, investendo impegno personale ed economie familiari. Pertanto su tali basi la Cassazione non ha ravvisato profili di colpa nella condotta del figlio che rifiuta una sistemazione lavorativa non adeguata rispetto a quella cui la sua specifica preparazione, le sue attitutidini, ed i suoi effettivi interessi siano rivolti, quanto meno nei limiti temporali in cui dette aspirazioni abbiano una ragionevole possibilità di essere realizzate e sempre che tale atteggiamento di rifiuto sia compatibile con le condizioni economiche della famiglia.

In realtà la giurisprudenza aveva già affermato che non può ritenersi, idonea ad esonerare il genitore non convivente dall'obbligo di mantenimento la profferta di una qualsiasi occasione di lavoro eventualmente rifiutata dal figlio, dovendo essa risultare, per converso, del tutto idonea rispetto alle concrete e ragionevoli aspettative del giovane, si` da far ritenere il suo eventuale rifiuto privo di qualsivoglia, accettabile giustificazione (Cass., sez. I 7 maggio 1998, n. 4616cit.). Si trattava però di un'ipotesi ben diversa a causa soprattutto dell'età del ragazzo (Il principio è stato affermato dalla S.C. in relazione al rifiuto - ritenuto, nella specie, legittimo, contrariamente a quanto stabilito dal giudice di merito - opposto dal figlio ventenne di genitori separati ad una offerta di ingaggio per un anno, e per la somma di ottocentomila lire mensili più vitto ed alloggio, ricevuto da una società di pallacanestro. La corte di legittimità, nel cassare la sentenza, ha, ancora, osservato che, in essa, mancava ogni valutazione tanto in ordine alla precarietà dell'offerta quanto alla ragionevolezza delle aspirazioni del giovane, che vi aveva rinunciato per non sacrificare l'anno scolastico - V liceo scientifico - da lui frequentato).

Inoltre secondo Cass. 4765/2002 il mantenimento assicurato dai genitori deve addirittura garantire al figlio un tenore di vita corrispondente alle risorse economiche della famiglia ed analogo per quanto possibile a quello goduto in precedenza (Nello stesso senso, ma relativa ai figli minori: Cass. 22 novembre 2000, n. 15065).

 

  • La legittimazione ad agire

L'obbligo di mantenere i figli grava sui genitori, come abbiamo accennato, anche nell'ipotesi di separazione e divorzio. Anzi si sottolinea che i casi che arrivano all'attenzione della giurisprudenza sono proprio quelli che vedono i due coniugi in lite. Spesso, purtroppo, anche la questione dell'assegno per il figlio maggiorenne è portata avanti da un coniuge nei confronti dell'altro più per una ripicca o per ottenere comunque di più, piuttosto che per il bene dei figli.

Comunque dal punto di vista processuale è sorto il problema se legittimato a richiedere l'assegno sia il figlio, divenuto maggiorenne, o sia invece il genitore convivente. Il figlio infatti una volta raggiunti i 18 anni acquista la piena capacità di agire e può, in teoria, essere l'esclusivo titolare dell'azione.

Dopo un primo contrasto giurisprudenziale si è giunti ad avere un orientamento uniforme. In particolare secondo la giurisprudenza maggioritaria, va distinta l'ipotesi in cui il figlio non conviva più con il genitore da quella in cui il figlio sia rimasto nella casa familiare.

Nel primo caso infatti l'unico creditore dell'assegno, e quindi l'unico legittimato ad agire è il figlio maggiorenne (Cass. 27 febbraio 1990, n. 1506 cit.; Cass., sez. I, 18 febbraio 1999, n. 1353, cit.).

Nell'ipotesi invece in cui il genitore già affidatario conviva con il figlio ancora economicamente dipendente, continuando così a provvedere direttamente ed integralmente al suo mantenimento, si configura una situazione di concorrenza nella legittimazione del figlio e del genitore (Cass. 15 ottobre 1999, n. 2934; Cass. 4 marzo 1998, n. 2392 cit.). In particolare il genitore resta legittimato ad ottenere "iure proprio", e non già " capite filiorum", non soltanto il rimborso di quanto da lui anticipato a titolo di contributo dovuto dall'altro genitore, ma anche a pretendere detto contributo per il mantenimento futuro dei figli stessi. (Cass., sez. I, 16 febbraio 2001 n.2289, cit.; Cass., sez. I, 8 settembre 1998 n.8868 cit. ; Cass., sez. I, 8 gennaio 1994, n. 144, Famiglia e diritto, 1994, 291; Cass., sez. I, 18 febbraio 1999 n.1353, cit.; Cass., sez. I, 16 luglio 1998, n. 6950; Cass. 2 settembre 1996, n. 7990, cit; Cass., sez. I, 29 marzo 1994, n. 3049; Cass., sez. I, 12 marzo 1992, n. 3019 ; Cass., sez. I, 11 luglio 1990, n. 7211; C. App. Roma 3 maggio 2002, n. 1739 in Guida al diritto 2002/24/63; Trib. Monza 6 maggio 1986, in Foro it., 1986, I, 3159; è invece contraria Trib. Palermo, 13 aprile 1985, in Diritto di famiglia, 1985, 967; C. App. Roma 15 ottobre 1999, n.2934).

 

Con il raggiungimento della maggiore età, ove il figlio tuttora economicamente dipendente continui a vivere con il genitore che ne era affidatario, resta invariata la situazione di fatto oggetto di regolamentazione, e più specificatamente restano identiche le modalità di adempimento all'obbligazione di mantenimento da parte del genitore convivente. Pertanto la pretesa di quest'ultimo di ricevere dall'altro il contributo a suo carico trova ragione non solo o non tanto nell'interesse patrimoniale del medesimo a non anticipare la quota della prestazione gravante sull'altro ma anche e soprattutto nel munus a lui spettante di provvedere direttamente ed in modo completo al mantenimento, alla formazione ed all'istruzione del figlio (Cass. 4765/2002 cit.).

Si ritiene di conseguenza che la eventuale rinuncia del figlio al mantenimento, anche a prescindere dalla sua invalidità, dovuta alla indisponibilità del relativo diritto, che può essere disconosciuto solo in sede di procedura ex art. 710 cod.proc.civ., non potrebbe in nessun caso spiegare effetto sulla posizione giuridico - soggettiva del genitore affidatario quale autonomo destinatario dell'assegno (Cass., sez. I, 18 febbraio1999 n.1353, cit.)

Va altresì aggiunto che ai fini dell'obbligo di contribuzione in favore dei figli maggiorenni e della legittimazione del coniuge separato con cui i figli convivono a richiederla all'altro coniuge, non è necessario un pregresso formale affidamento dei figli in età minore, assumendo invece esclusivo rilievo il rapporto di convivenza dei figli con uno dei genitori e l'incapacità o l'impossibilità dei figli stessi a provvedere adeguatamente alle proprie esigenze di vita (Cass. 5539/94;C. App. Roma 26 gennaio 2002, n. 252).

La legittimazione del genitore convivente con il figlio maggiorenne, pertanto non si sovrappone, ma concorre con la diversa legittimazione del figlio di maggiore età. La prima è fondata sulla continuità dei doveri gravanti su uno dei genitori nella persistenza della situazione di convivenza, l'altra invece trova fondamento, nella titolarità del diritto al mantenimento. I problemi determinati dalla coesistenza di entrambe le legittimazioni si risolvono sulla base dei principi dettati in tema di solidarietà attiva. Ne deriva che, nel caso in cui ad agire per ottenere dall'altro coniuge il contributo al mantenimento sia il genitore con il quale il figlio medesimo continua a vivere, non si pone una questione di integrazione del contraddittorio nei confronti del figlio diventato maggiorenne; tenuto, peraltro, conto del fatto che il mancato esercizio, da parte di quest'ultimo, del diritto di agire autonomamente nei confronti del genitore con cui non vive rivela l'inesistenza di qualsiasi conflitto, quanto al suo mantenimento, con la posizione assunta dal genitore con il quale continua a vivere. (Cass., sez. I, 16 luglio1998 n.6950 cit. )

Parte della giurisprudenza ravvisa nell'indicato comportamento del genitore adempiente un caso di gestione di affari, produttiva a carico dell'altro genitore degli effetti di cui all'art. 2031 c.c. (Cass. 4 settembre 1999, n. 9386 )

 

  • Alimenti

Una volta cessato per un motivo o per un altro l'obbligo dei genitori di mantenere i figli sopravvive comunque l'obbligo alimentare. Ossia qualora sia ravvisabile un vero stato di bisogno del figlio i genitori devono fornirgli il necessario per vivere.

Si sottolinea infatti che quando il figlio ha raggiunto un'indipendenza economica, anche se dovesse successivamente perderla non sorge più l'obbligo di mantenimento ma solamente quello alimentare, sempre che l'evento che abbia determinato la perdita di tale indipendenza non sia a lui imputabile. In questo caso legittimato all'azione è solamente il figlio e non invece il genitore convivente (C. App. Roma 29 maggio 1995, cit.; Cass. 11 agosto 1977, n. 3709).

Il diritto del coniuge divorziato di ottenere dall'altro coniuge un assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne convivente infatti è da escludere quando quest'ultimo, ancorché allo stato non autosufficiente economicamente, abbia in passato espletato attività lavorativa, così dimostrando il raggiungimento di un'adeguata capacità e determinando la cessazione del corrispondente obbligo di mantenimento da parte del genitore, atteso che non può avere rilievo il successivo abbandono dell'attività lavorativa da parte del figlio, trattandosi di una scelta che, se determina l'effetto di renderlo privo di sostentamento economico, non può far risorgere un obbligo di mantenimento i cui presupposti erano già venuti meno, ferma restando, ovviamente, l'obbligazione alimentare, fondata su presupposti affatto diversi e azionabile direttamente dal figlio e non dal genitore convivente. (Cass., sez. I, 5 agosto 1997 n.7195 in Mass. 1997 )

 

  • Risarcimento danni

Il fatto che l'obbligo dei genitori di mantenere i figli vada oltre la maggiore età incide anche in tema di risarcimento dei danni per il caso di morte dei genitori causata da fatto illecito del terzo. Com'è noto è orientamento costante che in caso di morte del genitore, causata da fatto illecito del terzo, questi sia obbligato a risarcire ai figli rimasti orfani il danno patrimoniale subito per la perdita del mantenimento. La Cassazione ha, in un caso, condannato a risarcire, ai nonni che si erano presi cura dei nipoti rimasti orfani, il pregiudizio economico subito per aver mantenuto i due ragazzi fino all'età di 25 anni. In particolare la Corte ha sostenuto che la ragazza, pur essendo rimasta orfana all'età di diciotto anni, e quindi una volta raggiunta la maggiore età, non era tenuta a cercare immediatamente un'attività lavorativa e a rendersi economicamente autosufficiente (Cass. 25 luglio 2002, n. 10898, in Guida al diritto 2002/36/27).

 

  • Conclusioni

L'interpretazione giurisprudenziale ha dunque portato ad estendere notevolmente l'obbligo gravante sui genitori di mantenere i figli. Un assunto che, andando ben al di là di uno scopo di protezione dei minori, (si tratta a volte anche di trentenni come in Cass. 4765/2002 cit.) impone ai genitori un comportamento che, mi si contenta, potrebbe essere considerato dagli stessi genitori ben contrario a dei sani principi educativi.

 

 

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Aggiornato il: 11 marzo 2012